03 — Lo Spirito d'Avventura · Il punto di partenza
Gennaio 1997. Il diario di diciannove giorni che hanno cambiato la direzione di una vita.
Il viaggio di andata è stato lungo e faticoso, anche per lo scalo non previsto a Madrid. In totale 10 ore di volo e 20 ore complessive di viaggio. All'arrivo c'erano 30 gradi e una forte umidità.
Ci è venuto a prendere un Colonnello della Guardia Civil che ci ha fatto passare la dogana senza formalità. Non abbiamo trovato da dormire e, con dei materassi ricevuti in prestito da un albergo nelle vicinanze, ci siamo sistemati alla meglio a casa di Giovanni, molto graziosa e accogliente.
Per tutta la sera e la notte si sente il suono di animali che in un primo momento sembrano piccoli uccelli dal verso simile al cigolio di un'altalena, ma che poi scopro si tratta di una particolare specie di rane. Arrivati alle 17.30 ora locale, alle 18.30 è già buio e alle 20 andiamo a mangiare. In Italia sono le una di notte (+5 ore). Sono stanchissimo e non sto molto bene.
Dopo una notte in cui ho dormito tanto poco, mi sveglio con 39 di febbre. Nonostante abbia un'intera cassettina piena di medicine, nemmeno una per l'influenza che certamente, nonostante abbia fatto il vaccino antinfluenzale, ho preso da Lorena. Tosse e mal di gola. Resto a casa tutto il giorno. Gli altri sono andati a fare la spesa e a noleggiare una macchina.
Mi è capitato di parlare con l'Amministratore del condominio dove ha l'appartamento Giovanni, il quale, accennando alcune brevi considerazioni sull'economia del Venezuela, ha detto che qui non c'è copertura sanitaria e le malattie croniche non vengono assicurate da compagnie private. Nel lavoro non si trova manodopera specializzata e il livello culturale degli abitanti non consente nemmeno che possa loro interessare una crescita. Abbandonano il posto di lavoro e scelgono la via più breve per procurarsi i mezzi di sopravvivenza: il furto.
Oggi, poiché mi sembrava di stare meglio, io, Paolo e Carlo, accompagnati da Marco — un ragazzo di Ala che si è trasferito a Caracas da un anno, amico di Giovanni — siamo stati a Caracas. Marco ha fatto da guida. È stata una bellissima esperienza. Siamo andati a consegnare i pacchi ai genitori di Maideline, poi siamo stati in un viale molto grande: Sabana Grande e Chaichita.
Al ritorno avevo nuovamente 39 di febbre. Ho preso della Tachipirina e ho chiesto di andare in albergo. Paolo e Carlo mi hanno seguito. Devo dire che li sento vicini.
E così sono inchiodato a letto con 38.5 di febbre. Non telefono a casa per non creare preoccupazioni o sensi di colpa. Ne approfitto per fare un po' i conti sui costi di un soggiorno turistico.
Non si può non mangiare gli ananas di qui: sono davvero speciali. Alle 17.30 è venuto il Colonnello della Guardia Nazionale a salutarmi e a farmi gli auguri. Ha dato disposizioni all'albergo per la mia salute, raccomandando di non farmi mancare nulla — disposizioni puntualmente disattese. Gli ho dato una bottiglia di Cabernet Sauvignon di Mezzacorona.
Alle 12.00 partiamo in taxi per Puerto La Cruz e arriviamo alle cinque di pomeriggio. Durante il tragitto parlo con il taxista che mi dice che aprire un'attività in Venezuela è cosa assai facile. Per costituire una forma societaria necessita la residenza e in sede di trattativa con il Governo, l'autorizzazione viene rilasciata facilmente.
A fare da intermediari con il Governo sono solo i "Contabili iscritti agli Ordini" (i nostri Collegiati); la cosa mi fa pensare circa la tutela professionale che sembra essere più forte qui che altrove. La tassazione diretta sembra bassa, i controlli scarsi. È stata di recente introdotta l'I.V.A. ad aliquota unica del 16% e la cosa ha generato forti reazioni da parte dei consumatori finali.
Ci sistemiamo in un hotel gestito da una signora che non si capisce bene se parla spagnolo o americano. Affittiamo due appartamenti sullo stesso pianerottolo. La prima cosa che combino è accorgermi che la chiave dell'appartamento non è quella giusta e per entrare ci tocca letteralmente "deflorare" la serratura, con la benedizione della proprietaria che il pomeriggio precedente aveva cambiato la serratura ma probabilmente non le era stata consegnata la chiave giusta.
Con la "lancia" andiamo in una spiaggia di sogno dopo aver fatto colazione a base di fagottini di pollo ed erbe e succo di ananas (Jugo de piña) che è in assoluto la bevanda migliore. La spiaggia si chiama Conoma ed è un lembo di sabbia al limite del bosco con altissime palme da cocco che si allungano fino sul mare.
Con Paolo entro all'interno della selva e troviamo delle noci di cocco per terra. Poi vediamo degli uomini — operai che stavano costruendo una recinzione — che le aprono per bere l'acqua. Constatato che aprono quelle verdi, ne cerchiamo una e ci avviciniamo per farcela aprire. Gentilmente si prestano. Bevo per la prima volta l'acqua di cocco: è acqua con un leggero sapore di cocco — tutto l'opposto di ciò che pensavo (un latte con un forte sapore di cocco).
Nell'andata conosciamo tre ragazzi baschi e uno di Bologna con cui chiaccheriamo per tutto il viaggio. Nel ritorno una coppia di Lugano che è in Venezuela da tre mesi e ha intenzione di stabilirvisi definitivamente.
Concludiamo per il Delta dell'Orinoco a 160 dollari a testa per 3 giorni e 2 notti con Daniel. Sveglia alle 5.15 per partire alle 6.30 — la sveglia non ha suonato, ma per fortuna un gallo mi ha svegliato alle 6.15. Paolo, pessimista, dice che non verrà a prenderci nessuno e che ci hanno fregato i 60 dollari di acconto. Viene invece smentito.
Partiamo con una Jeep. Dopo aver percorso una strada drittissima e piena di buche, arriviamo a un villaggio costruito all'estremità di un ramo del fiume. Prendiamo un'imbarcazione e ci incanaIiamo verso il ramo centrale. Lungo il fiume vediamo delle palafitte costruite con quattro pali, una copertura e arredate di sole amache, abitate da alcune persone.
Nel pomeriggio andiamo a pesca di piranha. Dopo alcune ore di prove, uno dei ragazzi dell'equipaggio riesce a pescarne uno piccolissimo. Prima di andare a dormire facciamo un'uscita alla caccia del caimano, che però non riusciamo a vedere.
Ci dirigiamo verso nord ovest per visitare la Cueva del Guachero: un uccello notturno che vive in una caverna naturale a 1060 metri di altitudine, che esce solo di notte e per orientarsi emette suoni udibili dall'uomo, a differenza dei pipistrelli. Visitiamo la grotta, lunga più di 10 km. i cui primi 800 metri sono occupati dal Guachero, con altri 1000 metri dedicati alla visita ai turisti.
Nella grotta esiste un ecosistema completo: salta all'occhio la presenza di vegetazione nel buio più assoluto (erbe a foglie larghe) e la presenza di un pesce assolutamente cieco che si nutre di argilla. Alla sera torniamo alla grotta verso le 19, quando fa buio, per assistere all'uscita degli uccelli.
Prima del rientro, andiamo a visitare una cascata per raggiungere la quale necessita attraversare quattro volte un torrente. Con qualche difficoltà all'andata siamo arrivati in cima e il ritorno è stato un gioco da ragazzi.
Tornati a Puerto La Cruz, ci sembra di essere dei soldati americani di ritorno dal Vietnam. Alla sera incontriamo la guida dell'Orinoco, con il quale parliamo di motori, di automobili, di barche. Poi al bar con gli altri, infine un salto in discoteca "Da Nino" e alle due a letto. Domani si parte per Los Roques.
Con un taxi andiamo al terminal delle autocorriere: per 26.000 bolivares acquisitiamo i cinque posti e con un autista di 18 anni, sparàti, ci dirigiamo verso Caracas. Al porto di Caraballeda ci aspettano Fabio e Anna sul loro bialbero di 12.30 metri, il Samadhi, per partire verso le 22. Completa bonaccia — dobbiamo fare la traversata tutta a motore, circa 12 ore.
Arriviamo a Dos Mosquises, a sud-ovest dell'arcipelago vicino al foro de Caio de Agua. Lungo la traversata vediamo orche, delfini, aguglie. Il fondale è bianco e molto basso — scendiamo a volte sotto i due metri, e la barca pesca 1.75 metri con la chiglia.
Arriviamo a Sarqui (nord-ovest dell'arcipelago) e ancoriamo in una baia. I pellicani a sera fanno slalom a filo d'acqua tra le barche. Verso le sei di pomeriggio piove per tre minuti di orologio. Curioso è vedere come si formano sull'oceano delle chiazze di pioggia di dimensioni anche piccole (20-30 metri di diametro), al di fuori delle quali smette di netto di piovere. Ceniamo con aragosta ai ferri e al forno, pasteggiando con vino cileno, il Gato Blanco.
A Norònqui, dopo pranzo, ci immergiamo per assistere a uno spettacolo unico: pesci di tutti i colori, tra cui spiccano il pesce pappagallo e il pesce balestra. Banchi di pesci blu, pesci scatola e tantissimi pescetti piccoli da acquario. Nella mattinata abbiamo visto un piccolo squalo — che mi è costato un bello spavento quando Paolo e Carlo, sbracciando, mi hanno chiamato per dirmi genericamente che c'era uno squalo, senza specificare che si trattava di un cucciolo.
In tutto il viaggio non abbiamo conosciuto ragazze del posto. Come ogni vacanza che si rispetti, l'ultimo giorno, complice Giovanni, abbiamo conosciuto tre commesse che lavoravano in alcune profumerie sulla strada dell'albergo. Abbiamo trascorso la serata assieme a Caracas. Ci siamo dati appuntamento per il giorno dopo: il giorno della partenza.
Ci siamo alzati e abbiamo pranzato al McDonald's con le ragazze conosciute il giorno prima. Ovviamente abbiamo offerto noi. Scambio di indirizzi e partenza per l'aeroporto, con preghiere da parte delle ragazze di rinviare la partenza.
Ci è mancato poco. Perché una volta arrivati all'aeroporto ci attendeva la notizia del fallimento della compagnia di bandiera venezuelana: la Viasa, con cui dovevamo fare il viaggio di rientro. Dopo i primi attimi di disperazione, abbiamo preso in mano la situazione e Paolo ha preso in mano la sua carta di credito e pagato a tutti il viaggio di rientro con l'Air France — costato, il solo rientro, come l'andata e ritorno con la Viasa. Grazie ancora, Paolo.