Alessandro Moschini

La macchiolina

Trentacinque anni. Era il numero che Mario continuava a girarsi in testa mentre richiudeva l'ultimo scatolone di pratiche nello studio ormai vuoto. Trentacinque anni di clienti, di scadenze, di telefonate alle sette di sera, di una professione che gli aveva dato identità prima ancora che reddito. Smontare quello studio — le scrivanie, le targhe, l'insegna che per tre decenni aveva accolto chi entrava — non era stato un gesto semplice. Era stato un lutto in scatole di cartone.

La pandemia aveva reso tutto più surreale. Le città vuote, le mascherine, i protocolli che cambiavano ogni settimana: in quel clima sospeso, chiudere un'attività sembrava quasi un atto naturale, uno dei tanti epiloghi che il 2020 stava scrivendo per tutti. Mario si diceva che era il momento giusto. Si sbagliava di poco: era il momento in cui la vita aveva deciso di chiedergli qualcos'altro.

Tutto cominciò con una radiografia di routine, di quelle che si fanno quasi per abitudine quando si supera una certa età, più per rassicurarsi che per reale necessità. Il referto, scarno come sono scarni i referti, riportava una frase che a Mario sembrò uscita da un'altra lingua: "presenza di immagine nodulare di circa cinque millimetri in sede polmonare destra, di significato da definire."

Da definire. Due parole che si installarono nella sua testa come un ospite non invitato.

Il medico di base, con la calma di chi ha visto mille referti simili, gli consigliò un approfondimento: una risonanza magnetica con mezzo di contrasto, "tanto per stare tranquilli." Mario la fece, in un ospedale semivuoto, accompagnato solo dal rumore delle proprie scarpe sul linoleum dei corridoi. La risonanza confermò quello che la radiografia aveva intuito: una piccola macchia, una "macchiolina" — come l'avrebbe chiamata lui da quel momento, con quella leggerezza un po' difensiva con cui si nominano le cose che fanno paura.

Quando tornò a ritirare i risultati e chiese, con la voce di chi si aspetta un piano d'azione, "Cosa devo fare?", la risposta lo colse di sorpresa.

"Nulla," gli dissero. "Deve solo monitorarsi. Un controllo ogni sei, dodici mesi."

Nulla. Mario rimase impalato davanti alla scrivania, con il referto in mano, a cercare un senso in quella parola. Tutta la vita gli avevano insegnato il valore della prevenzione: controllare i conti prima che andassero in rosso, anticipare i problemi dei clienti prima che esplodessero, intervenire prima, sempre prima. E ora che un problema — piccolo, embrionale, ma pur sempre un problema — era stato individuato nelle sue fasi più precoci, la risposta era aspettare. Guardarlo crescere, eventualmente. Vedere se sarebbe diventato qualcosa di più grande, di meno gestibile.

"Ma come — tutta la vita mi hanno insegnato che bisogna prevenire, e ora che il problema c'è — trovato per giunta in anticipo — non si deve fare nulla se non aspettare che cresca?"

Non era rabbia, esattamente. Era qualcosa di più sottile: la sensazione di essere stato lasciato solo davanti a una domanda che nessuno voleva davvero affrontare con lui. E fu in quel parcheggio, con lo studio chiuso alle spalle e una macchiolina di cinque millimetri nel petto, che Mario capì che quella vicenda non si sarebbe esaurita con un appunto sul calendario per il controllo successivo.

Decise che avrebbe cercato un secondo parere. Magari un terzo. Non perché non si fidasse della medicina — anzi, ci aveva sempre creduto, con la stessa fede pragmatica con cui aveva creduto nei numeri e nei bilanci — ma perché sentiva, nel profondo, che qualcuno doveva guardare quella macchiolina con occhi diversi.

Ground Glass

Il nome gli arrivò tramite un conoscente che lavorava in sanità: un oncologo affermato, di quelli che vengono chiamati "di grido", in un ospedale fuori regione. Mario prenotò la visita senza dirlo quasi a nessuno — non per segretezza, ma perché sentiva che era un capitolo che doveva affrontare prima da solo, e poi, eventualmente, raccontare.

L'oncologo era un uomo dai modi diretti, abituato a parlare con pazienti spaventati e a restituire loro, insieme alla diagnosi, anche un po' di lucidità. Guardò le immagini a lungo, in silenzio, mentre Mario osservava il suo viso cercando segnali che non arrivavano.

"Questa macchiolina," disse finalmente, indicando il nodulo che tanto aveva tormentato Mario, "potrebbe essere lì da una vita. Cicatrici di questo tipo si formano per mille ragioni — anche le prime sigarette fumate da ragazzi, per dire. Non vedo elementi per considerarla pericolosa."

Mario sentì un peso sollevarsi dal petto, lo stesso petto che da settimane sembrava portare addosso quella diagnosi come un macigno. Ma il sollievo durò poco.

L'oncologo, infatti, continuò a scorrere le immagini, soffermandosi su due aree che fino a quel momento nessuno aveva nominato. "Queste, invece," disse, indicando due zone più sfumate, quasi trasparenti, "sono diverse. Le chiamiamo lesioni Ground Glass. Vetro smerigliato, in italiano. Non hanno il contorno netto di un nodulo: sono più insidiose proprio per questo."

Spiegò, con la pazienza di chi ha ripetuto quella spiegazione centinaia di volte, che le lesioni Ground Glass sono costituite da un accumulo anomalo di cellule che, nella maggior parte dei casi, restano quiescenti per anni, persino per decenni. Ma quando mutano — se mutano — possono trasformarsi in neoplasie particolarmente aggressive, di un tipo che cresce silenziosamente prima di manifestarsi.

"Strano," mormorò Mario, "che nella documentazione della risonanza non se ne faccia menzione."

L'oncologo alzò le spalle, con l'espressione di chi conosce bene i limiti e le incongruenze del sistema. "Succede. Non tutti guardano con la stessa attenzione."

Mario chiese cosa si potesse fare. La risposta, di nuovo, lo sorprese: secondo i protocolli del Sistema Sanitario Nazionale, in assenza di una diagnosi oncologica conclamata, non era previsto alcun trattamento specifico per quel tipo di lesioni. Si poteva solo attendere, monitorare, sperare che restassero quiete.

Fu allora che Mario, con l'insistenza di chi non si accontenta di un'attesa passiva, chiese se esistesse qualcun altro, un altro approccio, qualcosa di diverso da fare.

L'oncologo esitò. Poi, abbassando leggermente la voce, come se stesse per condividere un'informazione che non gli competeva ufficialmente dare, disse: "Glielo dico, ma non glielo dico, mi capisce? L'unica persona che in questa fase potrebbe aiutarla davvero si chiama dottor De Bolla. È a Bologna."

Mario annuì, ringraziò, e uscì da quello studio con un nome scritto su un foglietto e la sensazione — non nuova, ormai — di trovarsi su un sentiero che nessuno gli aveva davvero mostrato per intero, ma che continuava a indicargli, una tappa alla volta, dove andare.

Il dottor De Bolla

Mario chiamò quello stesso pomeriggio. Si aspettava una segreteria, un'attesa di settimane. Trovò invece una voce gentile che gli fissò un appuntamento per pochi giorni dopo.

Lo studio del dottor De Bolla, a Bologna, non aveva nulla della freddezza clinica a cui Mario si era abituato negli ultimi mesi. C'erano libri, fotografie di pazienti guariti, una luce calda che filtrava da una finestra alta. De Bolla lo ricevette con un'attenzione che a Mario sembrò quasi fuori dal tempo: lo ascoltò per quasi un'ora, fece domande, prese appunti a mano su un taccuino.

Alla fine della visita, prescrisse una serie di esami — talmente tanti che, quando Mario li portò al proprio medico di base perché li trascrivesse, questi sollevò le sopracciglia e commentò: "Sono davvero parecchi."

Fu durante uno degli incontri successivi, mentre discutevano del percorso terapeutico da intraprendere per tenere sotto controllo le lesioni Ground Glass, che il dottor De Bolla condivise con Mario una sua convinzione personale, maturata — disse — in anni di osservazione clinica diretta sui propri pazienti.

"Le dico questo non come dato di fatto scientifico assoluto, ma come mia opinione, formata sul campo. Nella mia esperienza, ho visto alcuni pazienti vaccinati attraversare fasi di ripresa della malattia che mi hanno insospettito. Non è una certezza, non è un protocollo riconosciuto, e so che molti colleghi non sono d'accordo con me. Ma se mi chiede cosa farei io, al suo posto, in questa fase del percorso: starei alla larga dai vaccini finché non avremo chiarito la situazione delle sue lesioni. È una scelta che le costerà, e gliela dico chiaramente. Ma la decisione spetta a lei, non a me."

Mario rifletté a lungo su quelle parole. Sapeva che si trattava di un'opinione personale, non di una linea guida ufficiale — il dottor De Bolla stesso lo aveva detto a chiare lettere. Ma in quel momento della sua vita, con una diagnosi sospesa tra il nulla e il tutto, scelse di fidarsi della persona che, fino a quel momento, era stata l'unica a guardarlo davvero negli occhi e a proporgli qualcosa di diverso dall'attesa.

Non si vaccinò.

Le conseguenze arrivarono presto e furono dure. Senza "green pass", Mario si trovò escluso da quasi ogni attività che richiedesse l'accesso a luoghi pubblici o professionali. Perse incarichi di consulenza che teneva da anni. Alcuni colleghi smisero di chiamarlo. Persino qualche amico di vecchia data iniziò a diradare i contatti, con quella forma di distanza silenziosa che è più dolorosa di un litigio aperto.

Furono mesi difficili. Ma Mario scoprì, in quel periodo di isolamento, qualcosa che lo sorprese: una certezza interiore che non vacillava, anche quando tutto intorno a lui sembrava vacillare. Non era convinto di avere ragione su tutto — sapeva bene che la scienza era divisa, che la scelta del dottor De Bolla era un'opinione e non una verità assoluta — ma sentiva di avere fatto, per sé, la scelta più coerente con quello che provava in quel momento.

Iniziò la terapia specifica indicata da De Bolla. I controlli successivi, mese dopo mese, mostrarono un dato che lo rincuorò: le due lesioni Ground Glass si stavano riducendo, fino a scomparire del tutto nell'arco di un anno. Il piccolo nodulo iniziale, quello della "macchiolina" che aveva dato inizio a tutto, non mostrò mai alcuna attività nelle radiografie successive. Si confermò, con il tempo, del tutto benigno.

Mario non seppe mai con certezza quanto della guarigione fosse dovuto alla terapia, quanto al tempo, quanto semplicemente alla natura imprevedibile del corpo umano. Ma imparò una cosa che gli sarebbe rimasta per il resto della vita: a volte le scelte più importanti si fanno con informazioni incomplete, ascoltando chi ci ha messo la faccia, e poi si convive con le conseguenze, qualunque esse siano.

Le scelte provvidenziali

Il caso volle che proprio al 31 dicembre di quell'anno Mario completasse il proprio percorso previdenziale, raggiungendo i requisiti minimi per la pensione. Fu allora che si rese conto di quanto fosse stata lungimirante una scelta fatta tanti anni prima: aveva riscattato, ai fini contributivi, il periodo del servizio di leva militare e gli anni del praticantato professionale. Una decisione presa con leggerezza, in gioventù, quasi per scrupolo, che ora si rivelava provvidenziale.

Senza lavoro — i clienti persi non sarebbero tornati facilmente — ma con la pensione ormai maturata, anche se esigibile solo a distanza di alcuni anni, Mario si trovò a fare i conti con un sentimento più amaro della malattia stessa: la delusione per come era stato trattato da parenti, amici e colleghi durante i mesi dell'isolamento. Quella esperienza, per quanto dolorosa, gli aveva insegnato qualcosa sulla vera natura delle persone che lo circondavano — chi era rimasto, chi era sparito, chi aveva mostrato il proprio volto più autentico.

Fu in quel momento di bilanci che Mario decise di guardare a un'altra scelta fatta vent'anni prima, quando aveva sposato Mariluz, dominicana, conosciuta durante un viaggio che doveva essere solo una vacanza e che invece gli aveva cambiato la vita. Al momento del matrimonio aveva richiesto, quasi per gioco, la cittadinanza dominicana per via matrimoniale. Gli amici, all'epoca, lo avevano preso in giro: "E a cosa ti serve, scusa?" Lui aveva risposto, con un sorriso, "Non si sa mai." Ora, vent'anni dopo, quegli stessi amici — quelli rimasti — gli invidiavano apertamente quella previdenza.

Mario cominciava a credere, sempre più, che il proprio percorso fosse guidato da qualcosa che andava oltre il calcolo razionale. Una stella protettrice, forse, o semplicemente l'abitudine — coltivata in trentacinque anni di professione — di non lasciare mai nulla completamente al caso, anche quando sembrava superfluo farlo.

Anche la scelta di Mariluz, ripensandola ora, gli appariva sotto una luce nuova. Lei seguiva un principio antico, quasi fuori moda: che nel matrimonio sia la moglie a seguire l'uomo, ovunque la vita lo porti. Una fiducia che Mario aveva ripagato, prima delle nozze, con una promessa che non aveva mai dimenticato:

"Non posso garantirti lusso e alberghi a cinque stelle. Ma quello che farò di tutto per non farti mai mancare è un tetto, una vita dignitosa, e la condivisione di ogni mio successo. E se arriveranno periodi neri, ti chiedo di attraversarli insieme a me, come abbiamo sempre fatto."

Con un tempismo che a Mario sembrò quasi soprannaturale, riuscì a vendere un appartamento — mansardato, su due livelli, davvero grazioso — che aveva acquistato anni prima con l'eredità ricevuta dal nonno materno. La vendita arrivò proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno, a un prezzo che non si aspettava.

Con quella somma in mano, e con la cittadinanza dominicana già in tasca, Mario e Mariluz partirono per la Repubblica Dominicana. Cercarono, non senza difficoltà — tra terreni dai confini incerti e trattative lunghe come solo certe trattative caraibiche sanno essere — un appezzamento di terra dove costruire la loro casa.

Il peso della memoria

Per Mario, quella decisione non era soltanto una questione pratica. Era, prima di tutto, un atto carico di significato.

Vendere un appartamento in una periferia di provincia italiana per costruire un'intera casa in una zona caraibica a forte espansione turistica non era, ai suoi occhi, un azzardo: era un modo per proteggere — e possibilmente accrescere — il valore di un patrimonio familiare. In Repubblica Dominicana, rifletteva spesso, non esistevano molti dei vincoli europei che, se non rispettati, finiscono per deprezzare nel tempo il valore di un immobile.

Ma c'era di più. Quel patrimonio, per quanto modesto, non era solo suo. Era la sintesi di sacrifici fatti da genitori, nonni, e altri antenati che Mario non aveva mai conosciuto, ma i cui sforzi — attraverso eredità che si erano susseguite nel tempo — erano confluiti, in parte, nelle sue disponibilità. Sentiva, verso quelle persone mai incontrate, un dovere morale: mantenere quei valori, e se possibile farli crescere, sia con i frutti del proprio lavoro sia con scelte oculate, comprese quelle che prevedevano di spostare il patrimonio da un Paese all'altro, ovunque le condizioni fossero più favorevoli.

C'era poi una ragione più concreta, legata al presente: il progetto della casa prevedeva tre appartamenti. Uno, al piano superiore, sarebbe diventato la loro abitazione. Gli altri due, al piano terra, sarebbero stati destinati alla locazione turistica. Una fonte di sostentamento pensata per coprire gli anni che ancora li separavano dal sessantasettesimo compleanno di Mario, quando sarebbe finalmente partita l'erogazione della pensione.

Era, in fondo, lo stesso istinto che lo aveva guidato per trentacinque anni come professionista: non lasciare nulla al caso, costruire reti di protezione prima che servissero davvero. Solo che questa volta, invece di bilanci e scadenze fiscali, si trattava di cemento, mattoni, e una vista sull'oceano che ancora doveva materializzarsi.

CasaMia

La casa prese forma più lentamente di quanto Mario avesse immaginato — come capita sempre, ai Caraibi, dove il tempo segue ritmi diversi da quelli a cui era abituato. Riuscirono a completare solo il primo piano, con i due appartamenti destinati al turismo, grazie all'aiuto provvidenziale di un giovane ingegnere locale: capace, onesto, e raro in egual misura.

Entrarono nella loro nuova casa nell'aprile del 2023. Uno dei due appartamenti turistici, in attesa che venisse costruito il secondo piano, divenne provvisoriamente la loro abitazione. Iniziarono subito i lavori di abbellimento del giardino — Mariluz, che aveva un talento naturale per le piante tropicali, trasformò in poche settimane un terreno spoglio in un piccolo angolo verde — mentre Mario si dedicava alle pratiche burocratiche per l'apertura ufficiale del B&B.

Il primo anno non portò i risultati sperati. Le prenotazioni arrivavano a singhiozzo, e più di una volta Mario si chiese se quella scommessa — l'ennesima della sua vita — fosse stata davvero la scelta giusta. Ma non era nuovo alle partenze lente: in Italia, prima di tutto questo, lui e Mariluz avevano già gestito con successo due appartamenti a uso turistico, perfezionando negli anni una formula di ospitalità fatta di attenzione ai dettagli, cura degli ospiti, e quella disponibilità che fa sentire chi arriva non un semplice cliente, ma un benvenuto.

Applicarono quella stessa formula a Rio San Juan, questa volta affiancata da tecniche di marketing più mirate. Le recensioni cominciarono ad arrivare, una dopo l'altra, sempre ai livelli più alti della zona. La struttura — che ormai avevano battezzato con un nome che racchiudeva tutto il percorso fatto fin lì, CasaMia — partì finalmente a pieno regime.

Seduto la sera sulla veranda, con il rumore dell'oceano in sottofondo e Mariluz accanto a lui, Mario ripensava spesso al parcheggio dell'ospedale, alla macchiolina di cinque millimetri, alla domanda rimasta senza una vera risposta: cosa devo fare? Aveva impiegato anni a capire che la risposta non sarebbe mai arrivata da fuori, ma che si sarebbe costruita, scelta dopo scelta, errore dopo errore, fino a diventare — senza che lui se ne accorgesse del tutto — una vita nuova.

Non sapeva ancora, quella sera, quante altre pagine avrebbe scritto quella storia. Sapeva solo che, per la prima volta da molto tempo, si sentiva esattamente dove doveva essere.

Fine — prima stesura.

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